Ispirazioni, riflessioni e raccolta di aneddoti per aspiranti pittori
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Intervista a Barbara Nativi

‘Il pittore di madonne” fluttua tra religiosa contemplazione e sanguigna umanità. Si può considerare un’opera mistica?

Più che mistica si può dire un’opera religiosa. ”Il pittore di madonne” è percorso da un filo narrativo che oltre ad accostare, unisce e mescola il terreno e l’ultraterreno. In una parola l’umanità si rivede nelle raffigurazioni sacre attraverso la celebrazione di se stessa e confrontandosi con i xxx della religione.

La colonna sonora è suonata da un pianista sul palco supportato dal coro dei personaggi. Mi è sembrata un simbolo forte della coesione della gente di un piccolo paese. Cosa l’ha colpita di più nel testo di Bouchard?

È stata proprio la piccola comunità, una realtà circoscritta, molto umana, apparentemente facile da descrivere o da raccontare, ma mossa da un turbine di entità, personaggi e caratteristiche diversi tra loro. Al tempo stesso, però, alla base c’è anche una semplicità strutturale che si riduce all’uguaglianza degli uomini di fronte al divino.

È vero. Guardando lo spettacolo ci si specchia in un’assortita rosa di caratteri umani. Come è nata la trasposizione scenica del ”pittore”?

La mia visione scenica dell’opera è volutamente semplice perché vuole essere una rappresentazione del raccoglimento contemplativo degli uomini. Ho pensato che nella vita religiosa, che sia laica o meno, il momento più alto in questo senso fosse quello della Messa. È a questa funzione che mi sono ispirata per la composizione e l’atmosfera dello spettacolo. Leggendo ”Il pittore di madonne” ci ho visto dentro una sorta di ambientazione raccolta, una chiesetta di paese attorno alla quale ruotano le vite dei paesani, e che avvisa i fedeli degli eventi importanti. Volevo un’ambientazione essenziale, povera, che permettesse di far muovere agevolmente gli attori fra diversi registri, dal drammatico all’ironico per arrivare alla fine ad uno stato di contemplazione.

Ho trovato molto interessanti le battute ironiche, ed hanno divertito anche il pubblico. Gli effetti comici della messa in scena risultano tali in quanto fanno parte della vita o perché ne sdrammatizzano la crudezza?

Sicuramente entrambe le cose. È vero infatti che l’ironia accompagna la crudezza della vita, ma quest’ultima ne è parte inscindibile. Io ho cercato di cogliere il lato ridicolo degli umani che spesso nuotano goffamente nella tragedia per inseguire il desiderio di felicità ed affermazione. Sono i piccoli e i grandi guai della vita che animano le Marie e gli altri protagonisti intorno al pittore, ed all’interno della minaccia dell’epidemia.

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Il mio primo quadro

Era una giornata calda dell’estate del lontano 19, e Tullio, nella piazzetta di Casale disse: “si va a dipingere qualche bell’angolino di Casale? Si passa il pomeriggio rilassati,  ci si mette seduti ad un fresco e si fa un bel quadro”. Eravamo tre o quattro, salvo il vero, e tutti acconsentimmo commentando che era stata una bella idea. Io, in verità, non avevo mai dipinto e poi ero un ragazzo con tante idee si, ma senza pennelli e tela. “Te la presto io la tela” disse Tullio, “un 40X50 spero che ti basti”. “E i colori?” aggiunsi io. “Ti presto anche quelli”. Partirono tutti per andare alle loro case a prendere il materiale per dipingere; io rimasi in piazza ad aspettarli. Dopo una ventina di minuti arrivarono, chi prima e chi dopo. Andammo davanti al municipio per dipingere il campanile civico di Casale. La sera alle venti, praticamente all’ora di cena, i quadri erano terminati. Una sudata che non vi dico. Si doveva stare al fresco per rilassarsi ed invece si stette tutto il pomeriggio al sole. Finalmente il mio primo quadro ( anche se la tela era di Tullio e io credo di non avergliela mai restituita). Ero contento, sporco di colore ma contento. Diciamo la verità, non era un’opera d’arte ma in quel momento credevo di aver dipinto un bel quadro. Te la puoi immaginare la bellezza di un quadro di un ragazzo che dipinge per la prima volta. Io insisto nel dire ancora oggi che qualcosa di particolare c’era. Era sicuramente diverso dagli altri, non perché gli altri sapessero dipingere ed io no, ma perché il soggetto (il campanile) nella tela era rappresentato in maniera non fotografica, non reale, ma un po’ naif. Nessuno rise, anzi, mi fecero i complimenti (era ed è la prassi). In seguito, meditai sull’evento. Pensai che fosse bello continuare a dipingere, farsi un po’ d’esperienza sui colori, osservare altri pittori per apprendere la tecnica e studiare pittura su qualche libro. Così feci, dipinsi vari quadri e tutti mai fotografici, sempre alla mia maniera. “Ti sembra che io dipinga porno italiano e ragazzotti un po’ scemi? Che ne dici Rita?” Rita è mia moglie. Lei sta zitta. Un quadro però,  l’ha preteso in regalo, con la paura che lo vendessi. Ora si trova appeso ai muri di casa insieme agli altri e guai a chi lo tocca. Dice a tutti che è di sua proprietà e ne va orgogliosa. Sinceramente credo che le piacciano i miei quadri, anche perché li tiene volentieri attaccati al muro e li spolvera con piacere. Quanti siamo, in definitiva, ad apprezzare la mia pittura? Per ora in due? Non scherzare Ugo, lo sai che da Firenze in su ce ne hai venduti tanti. Purtroppo nessuno è profeta in patria.

Ugo Morelli

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Ritratto e breve critica della pittura di Maurizio Gabrielli

La storia

Ho cominciato a dipingere e disegnare praticamente fin dalla scuola materna, ma dopo l’anarchia dell’infanzia dominata dal gioco coi compaesani e dalla presenza di certe turbe psicologiche, ho indirizzato i miei studi verso specializzazione tecniche: diploma di geometra e studi di architettura ecc.

Intanto il mio spirito artistico e poetico non si era ancora spento e mi sono dilettato, quando ne avevo voglia, a scarabocchiare ed a scrivere piccole video porno francais poesie. Finiti gli esami di architettura ed insoddisfatto della vita cittadina ho maturato la convinzione di fare l’artista e cosi per vent’anni ho attraversato non pochi periodi di crisi dovuti alla scarsa disponibilità finanziaria e mi sono immerso in molteplici esperienze esistenziali: es. del giorno, es. del buio per apprendere le sfumature di colore ed esperienze di vita dipingendo praticamente da autodidatta.

La mia arte è perciò il frutto di lavoro ed esperienza. Ho amato maestri quali Schiele, Rosai, Viani, Picasso, e considero che i miei lavori abbiano grosse affinità con F. Bacon, fenomeno che si rileva soprattutto nel piglio col quale affronto il quadro, nella presenza della vita  e della morte nelle figure espresse tramite la loro scarnificazione o prostazione o satira nel tentativo di cogliere con esse una realtà eccedente. Mi pongo tra di loro anche come identità esistenziale: l’uomo Picasso con il suo strapotere artistico e la sua vita sensuale, per conto invece la difficile sensualità di Bacon mi pongono laddove, io sono ed esisto, laddove è la mia identità morale politica, esistenziale e artistica.

La critica di M. Cagetti pubblicata ne “El Quadrato” (1989)

La tematica che sostanzia la pittura di Maurizio Gabbrielli, giovane toscano di Fucecchio, attinge all’intellettualità concettuale e si esprime felicemente con modi che rievocano la stagione cubistica, in particolare Braque, e rientrando per certi versi nell’astrattismo. Certo è che esperienze culturali storiche dell’ultimo periodo dell’arte italiana si addensano nelle costruzioni, formale e cromatica, che distinguono i quadri di Gabbrielli: ma una spontanea genuinità e un timbro proprio qualificano i suoi stilemi assai validi.

Gabbrielli proviene da studi regolari medi (l’istituto tecnico) e dalla facoltà universitaria di architettura di Firenze. Dispone dunque di una sua preparazione anche se non specifica dell’arte, compensata da personali esperienze. Conosce intanto il disegno, che gli serve per una narrazione particolareggiata, ricomposta in una poetica costruzione, in forme e volumi che richiamano alla architettura del colore. Aveva già la pittura nel sangue a cinque anni d’età: e la tendenza al racconto quavido si forma ua disegnando fumetti e scenette illustrate che gli hanno raffinato il segno.

II quadro pertanto si regge sull’equilibrio descritto: nell’affollamento di figure che compongono una densa coralità umana: oppure nell’essenziale concetto tradotto in sintesi oggettuale. Proposizioni filosofiche si pongono come fondo per dichiarazioni ideologiche: la mente e il motore del processo. Psicon (e psiche) l’indicazione di un iter per confluire in un aforisma dipinto, la satira del potere, sotto ogni forma, raffigurato in misteriosi e imperiosi geroglifici conosciuti soltanto a coloro che lo esercitano. La realtà in un ordine programmato (partita in quarti secondo i punti cardinali: tenore celeste e azzurro come simboli della sovrastruttura che s’impone sull’ordine. La socialità prerompe come problema porno italiano dell’umanità: ma l’uomo sa riflettere anche sulla sua personale condizione, sul dubbio che lo attanaglia, sull’angoscia che lo opprime (ed è distintivo della nostra essenza). Come la gioia che lancia alla speranza finale. La mente non è estranea al processo intellettuale umano, l’alba o il tramonto segnano confini di tempo Gabbrielli non ignora il mito, che egli adombra nel mostruoso (fenomenico), il ciclope anti-ulisse l’ermafrodito duplice natura dell’uomo e del sesso. Né i richiami di una episodica quotidiana lo lasciano estraneo: la balera, indicazione di un edonismo comune: la gara, la soffitta di Marlene, nei quali il particolare è nota sapiente di denuncia e di narrazione, come nel partigiano in cui si riepilogano sofferenza e vittoria per la libertà. Surrealismo? Parrebbe in certe notazioni, così come un realismo è evidente nella figurazione. Ma Gabbrielli costruisce con ricchezza di forme, con intensità e variazione di colori il suo mondo poetico, coerente con la propria formazione culturale e la sua personalità notevole di artista valido.